Wednesday, January 04, 2006

 
Analisi illuminante su quello che succede in Russia, o meglio nell'ex Urss. Di Felix Stanevskiy, sul Foglio di oggi.


La guerra del gas tra Gazprom e l’Ucraina ha evidenziato l’intenzione di Vladimir Putin di attuare, quando necessario, una dura strategia economica nei confronti degli Stati vicini alla Russia. Quel che la politica non dà l’ottiene invece il rigore economico: non troppo, però, ben calibrato, altrimenti il resto del mondo si spaventa e la grande strategia non funziona più. Ecco perché al Cremlino tutti si sperticano nel ripetere che l’Europa non resterà senza gas – ieri il flusso è tornato normale – e i leader di Gazprom, oltre a riaprire il dialogo con Kiev, sottolineano con amarezza che questa situazione fa più male all’immagine della Russia che a chi resta senza energia.
Il gas è una delle leve della strategia dell’“holding” di Putin, la dipendenza energetica di Ucraina, Moldova, Georgia e Armenia – soltanto per citare i più bistrattati dalla guerra dei prezzi – fornisce potere contrattuale all’impresa Russia. Per più di un decennio dal disfacimento dell’Urss, il Cremlino ha cercato di mettersi a capo della Comunità degli Stati indipendenti, subordinando gli interessi economici di Mosca all’obiettivo della fedeltà politica delle ex Repubbliche sovietiche. Il piano è fallito. I “paesi fratelli” hanno ben presto imparato a servirsi dei vantaggi economici che la Russia concedeva senza però farsi attrarre dalla sua orbita geopolitica. Così è diventato sempre più evidente che l’ambizione – coltivata anche da Boris Eltsin prima di Putin – di far tornare alla Russia il ruolo di leader di uno dei raggruppamenti internazionali più potenti era una pretesa poco giustificata: Mosca non possedeva più il potenziale dell’Urss né sul piano economico né su quello militare né tantomeno su quello ideologico. Le tendenze centrifughe sono diventate pericolose per la sopravvivenza stessa del paese: la popolazione diminuisce a ritmo di quasi un milione di abitanti l’anno, vaste aree nella parte orientale si spopolano a tutto vantaggio di quel vicino incombente che si chiama Cina. L’idea imperiale della Russia ha perso valore e ne ha acquistato invece l’Europa. Tutto quel che piace ai russi è etichettato con il prefisso “euro”: “euroqualità” per i prodotti di lusso, “euroland” per i quartieri in,“eurostandard”, “euroriparazione” e perfino “eurofinestre” sono termini della vita quotidiana. Putin ha colto questo cambiamento e, a modo suo, ha cercato di contenerlo.
Putin ha lavorato come un vigile del fuoco, poi ha capito che se lo Stato ha i soldi tutto è più semplice
La politica del Cremlino è diventata pragmatica. Per anni Putin non è riuscito a formulare la strategia dell’Amministrazione. In uno dei suoi primi interventi pubblici, quando ancora era premier, disse: “La Russia sta attraversando uno dei periodi più difficili della sua storia. Per la prima volta negli ultimi 200-300 anni affronta il pericolo reale di ritrovarsi tra gli Stati di secondo o terzo rango”. Il potenziale economico della Federazione russa all’inizio del nuovo secolo era dimezzato, la privatizzazione si era trasformata in una semiruberia, le tasse non si pagavano e neppure gli stipendi, il budget dello Stato non arrivava a quello di una città americana di medie dimensioni. Le regioni e le Repubbliche della Federazione andavano ognuna per proprio conto, i russi stessi cominciavano a richiedere “ordine”.
L’Amministrazione di Putin ha lavorato come una squadra di vigili del fuoco. La deriva autoritaria è stata il passo successivo, inevitabile. L’economia ha ricominciato a funzionare, le riserve valutarie sono cresciute – grazie anche alla congiuntura favorevole del mercato petrolifero – e, in apparenza, la struttura politico-sociale si è stabilizzata. Ma i continui “incidenti” nel Caucaso del nord mostrano che la minaccia separatista e terroristica rimane forte; il controllo sui media evidenzia che il pluralismo è stato annullato e i passaggi di persone tra industrie di Stato e Amministrazione sono la prova dell’“holding” Russia. La prima parola d’ordine è: “arricchimento”. Diventa vitale far capire che, senza la Russia, democratica o no, non si può stare. Per questo l’agenda del G8, per la prima volta presieduto dal Cremlino, prevede come priorità la seconda parola d’ordine: risorse energetiche.

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